Perucci G., Sulla nostra pelle. Il corpo dell’operatore nel lavoro di cura, Ed.Carocci Faber, Roma, 2006

Recensione di Giulia Bernardini

L’idea di partenza è l’intreccio tra fisicità, emozioni e mente che caratterizza ogni essere umano. L’autrice, con l’ausilio di testimonianze di operatori nell’ambito sanitario-assistenziale, analizza il corpo dei professionisti della cura come dimensione più complessa della pura fisicità. Il contatto con una persona malata e sofferente è di per sé difficile e stressante anche sul piano fisico. Esigenza quindi degli operatori è di prendersi cura anche del proprio corpo inteso come totalità; infatti il peso emotivo da contatto fisico con il corpo del paziente e il coinvolgimento emotivo, se riconosciuti e gestiti consapevolmente dal singolo e dall’organizzazione di appartenenza, possono passare da carico eccessivo a risorsa creativa attraverso un processo costante di costruzione della “ giusta distanza”.
Dopo aver esplorato gli aspetti della fisicità e della sensorialità dell’operatore della cura, l’autrice affronta il tema dell’identità corporea nella sua dimensione diversificata per gli uomini e per le donne sottolineando l’incidenza che essa ha sul comportamento professionale.
Fino a pochi anni fa, nel mondo lavorativo in generale, ma ancora più marcata nel lavoro di cura, è stata ricercata una neutralità sessuale, senza tener conto di quelle competenze trasversali specifiche che derivano dalle cosiddette differenze di genere. Competenze che hanno a che fare con il “saper essere” di ogni individuo, cioè la sua capacità di stabilire relazioni positive con il paziente/ cliente/utente, di lavorare in gruppo con i colleghi e così via.
Ricerche hanno dimostrato come le competenze relazionali sono ritenute più femminili in quanto le donne sarebbero più orientate a tenere conto dell’altro ed a gestire le relazioni, mentre quelle relative alla capacità di affrontare sono ritenute più maschili. Ma invece di diversificarle bisogna valorizzare le specificità femminili e maschili che donne e uomini portano nella loro attività professionale, verso una loro complementarietà. Raggiungere questa consapevolezza nel lavoro di cura risulta maggiormente difficile, poiché in esso vengono ancora trasferite, in particolare per le donne, le competenze maturate nell’ambito familiare continuando, però, a valutarle un “non sapere”, solo comportamenti femminili di lunga tradizione. In quest’ottica la progressiva apertura di settori, tradizionalmente “mono-sesso”, a presenze diversificate viene riconosciuta, anche dagli operatori stessi, come positiva perchè consente di ottimizzare le diversità e le competenze trasversali, oltre a migliorare il clima relazionale negli ambienti di lavoro.
Scelta dell’autrice è di trattare, anche,  della presenza di operatori omosessuali e delle specificità e criticità che questa differenza sessuale provoca sul posto di lavoro. Ma anche in questo caso la diversità diventa sollecitazione a vivere identità di genere più “aperte”, occasione di riflessione sulle implicazioni sessuali del rapporto operatore-paziente, operatore-operatore, paziente-paziente.
Altro aspetto trattato è la multiculturalità degli operatori che svolgono lavoro di cura. Attraverso le storie dei protagonisti l’autrice indaga la complessità dei vissuti derivanti dall’incontro tra le diversità: lingua, colore della pelle, concetto di cura, rappresentazione della morte, insomma di quei saperi “altri” che si vengono a confrontare con le nostre  categorie di giudizio e con “lo straniero che è in noi”. Occore diventare capaci di uno “sguardo meticcio” senza mimetizzarsi, facendo ricorso anche a ciò che non  si conosce senza  praticare un meticciato terapeutico.
Per concludere la sua analisi del corpo dell’operatore di cura nella sua totalità, l’autrice ci propone alcune chiavi di lettura per riflettere sul rapporto stretto che esiste tra identità, immagine di sé e del proprio corpo e i messaggi inviati dagli abiti nella situazione di lavoro.
Conoscere le reazioni del proprio corpo, ma soprattutto saperle gestire in modo funzionale alla professione, libera grandi energie, evita pericolose tensioni, migliora le prestazioni e la qualità stessa della vita dell’operatore.

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L'Istituto per gli Studi sui Servizi Sociali ISTISSS svolge fin dal 1960, su base associativa multiprofessionale, attività di studio, ricerca, intervento, sperimentazione di servizi e diffusione dei risultati, formazione ed aggiornamento, documentazione, convegnistica nei campi sociale e sanitario, di tempo libero e del turismo sociale. Attività finalizzate alla realizzazione di un quadro compiuto di solidarietà sociale.