Ricerca-azione e politiche locali di welfare

Inserra

4/2008 n.s

Premessa
 
Per parlare sensatamente di ricerca-azione (R-A) è utile approfondire tre questioni che nell’ultimo decennio sono state considerate troppe volte come secondarie. La prima riguarda il perché sia sempre più necessario valorizzare le metodologie della R-A quando parliamo di welfare locale e di interventi sociali, e più in generale di un approccio innovativo alle politiche pubbliche fondato, oltre che sul rigore politico-amministrativo, su logiche negoziali e deliberative[1]. La seconda questione, invece, concerne il ruolo del terzo settore (della cittadinanza organizzata e professionalizzata), delle istituzioni e dei servizi pubblici in una partita[2] che, semplificando, tiene insieme circolarmente “osservare, proporre e fare”, a partire dall’ interazione tra il tema dei diritti e il panel dinamico di domande sociali espresse da un territorio. 
La questione finale da investigare si sovrappone con l'oggetto stesso della R-A, con i suoi contenuti, con quelle che sono le sue pragmatiche. Nel nostro caso, si concretizza in una valutazione precisa di quali siano gli ambiti applicativi della R-A in un piano sociale di zona. Quest’ultimo, di fatto, tra molteplici contraddizioni, rimane il punto di riferimento culturale e ontologico per quanti vogliano misurarsi con politiche e servizi sociali locali.
 
 
La ricerca-azione come strumento di sviluppo delle politiche pubbliche
 
Se pensiamo a quale utilità possa avere la R-A quando parliamo di politiche sociali territoriali, dobbiamo partire da alcune considerazioni di contesto che ci obbligano a ridefinire parzialmente paradigma e metodologie di riferimento.
 
Innanzitutto, enti locali e istituzioni regionali, in buona parte del Paese, scontano un deficit di programmazione e una difficoltà strutturale nell'integrare le politiche pubbliche principali al fine di migliorare i livelli di qualità della vita complessivi delle proprie comunità. Se questo non bastasse, faticano altrettanto ad individuare e valorizzare le risorse[3] dirette e indirette utili a dare gambe ai necessari investimenti di policy. Cosa vogliamo dire con questo? Soltanto che non si è più abituati, o forse non lo si è mai stati, a pensare   che una politica perché sia seriamente declinabile abbia bisogno di essere trasformata in strategie, piani, programmi, progetti, servizi, azioni sociali, abbia l’esigenza di essere monitorata e valutata. Non parliamo di passaggi che in maniera meccanicistica e didascalica vadano affrontati al ribasso, magari con una logica burocratica o, peggio,  procedurale. Ci riferiamo, bensì, a fasi specialistiche nel processo di buon governo, frutto di un rapporto dialogico che deve instaurarsi tra attori istituzionali ed extraistituzionali portatori di capacità organizzativa, gestionale e politica, buone prassi, esperienze (di eccellenza), metodologie e progettualità, capacità critica. Tali fasi, sono parti integranti di un percorso di R-A.
 
Se parliamo di promozione della qualità della vita, non possiamo pensare che siano solo i servizi sociali piuttosto che interventi e progetti sociali mirati, a determinare i livelli di benessere individuale e collettivo[4]. Siamo in una società complessa, le variabili che entrano in gioco nel determinare qualità e benessere sono molteplici. Pertanto, solo in un'ipotesi volutamente riduzionista, “il sociale” è rappresentabile unicamente attraverso i servizi sociali.
 
E, infine, ribadiamo che se è vero che la coperta è corta, che le risorse economiche e strutturali sono sempre meno,  è altrettanto vero che sia i soggetti istituzionali che quelli privati e della cittadinanza organizzata, con crescente difficoltà sono in grado di  ottimizzare, valorizzare o utilizzare in maniera sufficiente le possibilità potenziali e reali di tipo economico, di struttura, umane, professionali che sono presenti nei nostri territori o, a livello più generale, nel nostro Paese. Eppure, anche se con mandati e funzioni diverse, un Ente Locale come un’associazione di categoria o un’impresa sociale, dovrebbero essere produttori costanti di bene pubblico. Il problema vero è che – a fronte del fatto che le politiche pubbliche oggi potrebbero essere considerate come frutto di processi concertativi e di confronto[5] – sono pochissimi gli attori che hanno una effettiva capacità di andare al di là di claustrofobici frames neoliboeconomicisti per favorire nuove modalità di fornitura di beni pubblici e di costruzione delle istituzioni.
 
Tale ragionamento preliminare sulla ricerca-azione, a ogni buon conto, chiama in causa insieme all’istituzione locale,  anche altri soggetti strategici[6]. Alcuni di essi, più di altri[7], vivono laprossimità come elemento naturale di dialogo e di interazione (sia a livello euristico-conoscitivo che di costruzione di rappresentazioni e relazioni sociali): pensiamo, nell’ordine, al terzo settore, ai servizi pubblici, al mondo dell’università e della ricerca.
 
 
La ricerca-azione come matrice di senso per valorizzare attori proattivi  
 
Gli ultimi anni del secolo scorso hanno prodotto una serie di sofisticazioni rilevanti che curiosamente riguardano, oltre all’ente locale in sé, tutti e tre i soggetti che abbiamo appena considerato strategici[8] in un ragionamento sulla R-A: i servizi pubblici, l’università e il terzo settore.
 
Se pensiamo al ruolo della cooperazione sociale e alla tematica della gestione dei servizi,  abbiamo assistito ad un progressivo incremento delle realtà non profit, ad una esternalizzazione ingente dei servizi sociali, ma anche ad un crescente ridimensionamento del ruolo e della funzione delle stesse imprese sociali intese ormai come semplici (si fa per dire) erogatori di servizi.
Il mondo dell’università, è stato dilaniato da proto-riforme a singhiozzo che hanno semplicemente frammentato la didattica e orientato formazione e interazione con il sistema-territorio – pensiamo in prima battuta alle discipline sociali – in alcune direzioni precise: sviluppo di una cultura tecnicistica, scarso lavoro di sensibilizzazione civica rispetto al ruolo possibile da giocare nella costruzione delle politiche postkeynesiane di welfare locale, quasi nulla preparazione per potere intervenire su e gestire le relazioni sussidiarie tra servizi istituzionali, università e imprese sociali, nella costruzione del sistema dei servizi territoriali.
Anche chi frequenta il mondo dei servizi sociali di un comune, di una provincia o della Regione è rimasto vittima (ma ha anche contribuito al loro sviluppo e attecchimento) di dinamiche di pauperizzazione dei sistemi teorico-metodologici di riferimento. Ha vinto più che altrove una logica burocratica, un’interpretazione al ribasso del proprio ruolo di operatore pubblico. La bolla di alienazione che ci contorna, che porta ad urlare senza farsi sentire, è lì, ben presente. E quella funzione di coordinamento, di interfaccia – interessante, almeno sul piano teoretico – che avrebbero dovuto esercitare un servizio o un’istituzione locale, vuoi per la crisi complessiva delle istituzioni pubbliche che viviamo a livello societario, vuoi per quanto detto relativamente all’università o al terzo settore[9], non è mai decollata. Anzi, sarebbe opportuno che fosse ri-esercitata al più presto, visto il ruolo silente del mondo universitario, quello di mero esecutore delle imprese sociali e tenuto conto che, almeno sulla carta sia pure con quasi un secolo di ritardo rispetto ad altri paesi europei, anche la nostra legislazione dà indicazioni precise in materia (ci riferiamo in primis alla Legge-quadro n. 328 del 2000).
 
Recuperare un ruolo proattivo come soggetti che sono ancora potenzialmente in grado di sviluppare dal punto di vista metodologico e attuativo proposte di ricerca-azione, intervenendo sulla filiera politiche-azioni sociali con strumenti raffinati e attendibili,  vuol dire immaginare un patto culturale tra attori[10] che – nonostante tutti i limiti, radicalizzati, di cui parlavamo poc'anzi – siano comunque capaci di negoziare una visione strategica,  di passare al ruolo di facilitatori e attivatori di processi euristico-trasformativi nella definizione delle policy. Coniugando territorialità, competenze, e visione strategica tali attori  possono dare davvero un contributo ampio per fare si che la ricerca-azione stimoli più complessivamente processi  di pianificazione, programmazione, attivazione, valorizzazione delle risorse e valutazione di interventi sociali.
 
 
Come può essere ri-definita  la ricerca-azione
 
Alla luce di quanto detto finora, proviamo ad approfondire il concetto di R-A partendo da una sua descrizione classica ed arrivando ad una parziale ri-definizione teorica[11].
 
La scienza, a detta di molti studiosi, non sarebbe autenticamente concepibile come una attività volta ad una conoscenza "disinteressata", bensì come un'impresa diretta ad uno scopo pratico e impegnata in un progetto il cui oggetto è determinato dall'interesse di singoli individui o di un certo gruppo (di una comunità). Pertanto, la R-A sarebbe sempre connessa ad un problema sociale e alla messa a punto di interventi destinati ad affrontare questo problema, cosicché il suo rapporto con le esigenze dell'azione e della produzione di cambiamenti in una data situazione storico-sociale si configura come diretto e immediato.
In altri termini, ciò che la R-A ricerca è l'efficacia di un intervento volto a risolvere un dato problema (nel nostro caso, di decodifica della domanda e dei fenomeni sociali), nel suo ambito “non si tratta tanto di comprendere qualcosa, quanto di acquisire un potere di fare”. Il sapere vale come fonte dell'azione e, a sua volta, l'azione vale come fonte di conoscenza pratica.
Così concepita, la R-A si differenzia dalla ricerca tradizionale, orientata alla conoscenza e quindi concepita in uno spazio distanziato dall'azione, spesso diretta a risolvere problemi epistemici "interni" alla disciplina, privi di rilevanza immediata per la pratica coincidente, ad esempio, con la gestione di un sistema di servizi. Il che, beninteso, non significa che in seconda battuta le conoscenze prodotte da questo tipo di ricerca non possano rivelarsi utili per la pratica.
Viceversa, il carattere di ricerca volta alla soluzione di un problema pratico di natura sociale, organizzativa, educativa, spinge a collocare la R-A nell'ambito della cosiddetta ricerca decisionale, il cui specifico, altro esempio, concerne le "scelte" sociali e/o le "decisioni" sistemiche ed organizzative da compiere in una data situazione di lavoro. Tuttavia, nel quadro di tale genere di ricerca, la R-A si differenzia in più punti dalla cosiddetta ricerca operativa. Quest'ultima tende ad affrontare problemi maggiormente circoscritti, usando le tecniche di tipo quantitativo e adottando l'atteggiamento epistemico proprio della ricerca nomotetica (volta ad individuare “leggi generali”), in particolare: il distanziamento del ricercatore dall'oggetto di indagine. Viceversa, la R-A tende ad affrontare problemi maggiormente ampi, usando un ventaglio di tecniche più articolato (quantitative e qualitative) e adottando un atteggiamento epistemico "partecipante" e "partecipato".
 
Entriamo nel merito delle singole questioni. Che cosa intendiamo per ricerca-azione laddove pensiamo allo  sviluppo del welfare locale?
 
E’ un approccio alla ricerca sociale basato da una parte sullo sviluppo di processi euristico-conoscitivi collegati alle fasi di definizione delle politiche pubbliche, delle strategie, dei piani settoriali e integrati, dei programmi, dei progetti, delle azioni sociali e dall’altra sull’analisi dinamica e costante delle caratteristiche dei fenomeni sociali presenti su un territorio e delle domande sociali implicite ed esplicite di cui è portatrice la cittadinanza nelle sue molteplici espressioni (organizzate o informali, individuali o collettive). Il lavoro di analisi è finalizzato:
– al potenziamento delle singole politiche pubbliche (sociale, occupazione, sanità, ambiente, sicurezza, etc.) che concorrono a definire i livelli di benessere individuali e di una comunità;
– all'integrazione tra più politiche pubbliche connesse a servizi e progetti specifici di intervento;
– all’individuazione e all’applicazione di metodologie e prassi contestualizzate di intervento sociale.
Essa (la ricerca-azione, ndr) si basa, pertanto,  sui principi di cantierabilità, sostenibilità e efficacia. Un percorso completo di ricerca-azione, cioè,  oltre a garantire una lettura affidabile e scientifica di quelli che sono processi di sviluppo delle politiche,  fenomeni e domande sociali specifiche, deve obbligatoriamente produrre delle proposte di azione che siano sostenibili[12] (opportune) sul piano delle risorse da investire, attivabili, e tendenzialmente efficaci[13].  
 
Per completare il ragionamento possiamo dire, quindi, che la R-A  non è solo ricerca finalizzata all'approfondimento di un fenomeno sociale, non è solo ricerca finalizzata all'attivazione di un progetto, di un servizio o di una filiera di servizi, non è men che meno ricerca indirizzata alla costruzione di un piano d'azione astratto e insostenibile. Essa è, bensì, ricerca rivolta a comprendere al meglio un fenomeno o un bisogno già in fase strategico-progettuale (di individuazione degli scenari possibili[14]), a condividerne le caratteristiche con gli attori strategici del territorio (e non solo), a individuare delle proposte.
Queste ultime, possono, come già anticipato, riguardare le politiche, i piani, interventi mirati, i servizi, in un’ottica di: integrazione, rafforzamento, riconversione, costruzione di progetti e attività ex novo, monitoraggio e valutazione.  
 
L’ultima caratteristica, lo sottolineiamo ancora una volta in chiusura, della R-A connessa al principio della sostenibilità, è quella della cantierabilità effettiva della proposta. Infatti, non si chiude un lavoro di ricerca-azione con dei suggerimenti indefiniti o di cui non si declina la sostenibilità. 
i, l’esplicitazione di un piano settoriale sulla comunicazione e di un piano settoriale delle risorse[15](pubbliche, private; organizzative, professionali, strutturali, etc.) che riguarda l’oggetto di indagine (come vedremo nei paragrafi più avanti) e gli sviluppi progettuali futuri.
 
 
Le fasi principali di un processo di ricerca-azione
 
Essendo la R-A orientata a fornire sostanzialmente delle proposte o degli orientamenti riguardanti una politica pubblica e/o, a cascata, progetti e servizi, è chiaro che rispetto alla ricerca pura o alla ricerca di stampo accademico essa debba avere, prima di tutto, dei tempi di attuazione e sviluppo collegati alle esigenze della cittadinanza che vengono espresse attraverso un panel di bisogni (che, non dimentichiamolo, si intrecciano con la dimensione dei diritti), e alle esigenze della committenza pubblica o privata che sta dietro ad una richiesta o a un mandato.
 
Proviamo a descrivere, a questo punto, come si sviluppa un processo di R-A. Innanzitutto, per rimanere ai tempi, è necessario che esso non sia troppo lungo (almeno nella declinazione dei due momenti analisi-proposta): al di là della complessità determinata dall'oggetto dell'indagine o dalle caratteristiche del territorio in cui si avvia il lavoro, mediamente è opportuno non andare oltre i sei mesi – un anno di attività totali. A costo di essere dottrinali, entriamo nel merito dei singoli momenti che riguardano il percorso:
 
§ fase uno: individuazione di una problematica di carattere sociale, organizzativo, strutturale sul territorio.
§ fase due: identificazione dei criteri di affidamento, finanziamento, attuazione dell'indagine.
§ fase tre: definizione del disegno di ricerca, attivazione dell'indagine, e raccolta dei dati previsti (in modalità desk e field).
§ fase quattro: prima elaborazione dei dati e delle informazioni raccolte, e stesura di un report intermedio.
§ fase cinque: condivisione dei contenuti con una serie di esperti e stakeholders, utilizzando metodologie partecipate di lavoro.
§ fase sei: costruzione di un panel di proposte (progetti, servizi, piani), tendenzialmente efficaci e sostenibili.
§ fase sette: identificazione di modelli di valutazione partecipata utili a verificare efficacia e impatto delle proposte effettuate, in un'ottica anche in questo caso di ricerca-azione.
§ fase otto: stesura del rapporto definitivo comprendente  i risultati dell'indagine, un pacchetto di proposte utili ad affrontare il continuum (o fasi specifiche della filiera) “costruzione politiche pubbliche – messa in opera di azioni sociali”, e due piani settoriali di sviluppo: il piano delle risorse, e il piano di comunicazione[16](finalizzato a promuovere il lavoro di ricerca-azione, a informare, a favorire il mainstreaming).
 
Chiudiamo il paragrafo con alcune considerazioni generali riguardanti una serie di “vantaggi importanti” a cui porta l'approccio della R-A.
Prima di tutto, esso permette ad una serie di attori territoriali – si pensi a chi porta avanti la ricerca, ma anche a coloro che in un secondo momento potranno entrare in gioco nella gestione dei servizi e nell'attivazione dei progetti ipotizzati – di giocare un ruolo da protagonisti nei processi di costruzione delle politiche pubbliche locali.
In seconda battuta, è bene sottolineare l'effetto generativo di un percorso di ricerca-azione. Quest'ultima, infatti, dovendo obbligatoriamente fare emergere risorse, finanziamenti e proposte può essere considerata un valido strumento per valorizzare e attivare realtà e organizzazioni territoriali di tipo istituzionale, associativo, cooperativistico, imprenditoriale.
Infine, per quanto possa sembrare ragionieristica come riflessione, non dimentichiamoci che se per promuovere una ricerca-azione è necessario investire delle risorse economiche – laddove quest'ultima sia ben condotta e quindi nel caso in cui vengano in modo lucido evidenziati nuovi progetti da attivare e nuove risorse da fare proprie, oppure vengano ottimizzate le spese relative ad alcuni servizi (così come la qualità dei servizi stessi), evitando la trappola della reiterazione programmatica – l'investimento iniziale sarà sicuramente minore dell'output complessivo prodotto (cfr. nota 13). O meglio, sia dal punto di vista economico sia da un punto di vista più strategico, quello del bilancio sociale o di comunità, se un'amministrazione investe in ricerca-azione si ritrova sicuramente alla fine di un ciclo amministrativo più risorse, più opportunità, più progettualità di quante ne avesse all'inizio. In una mera, sia se pur in parte sterile, logica costi/benefici, questa sottolineatura ha una sua importanza.
 
 
Quali tipologie di ricerca-azione in un Piano sociale di Zona?
 
La ricerca-azione, se parliamo di costruzione di un sistema di servizi sociali, può articolarsi in diverse aree e attività[17]:
 
Tab. 1: Aree, tipologie di ricerca e attori all’interno di un Piano Sociale di Zona
 
 
Aree e attività
 
Obiettivi della ricerca
Area “Conoscenza del territorio”
1. Analisi della domanda e dei bisogni sociali
 
Comprendere se esistono fenomeni sociali nuovi a cui è necessario fornire risposte in termini di servizi o progetti.
Monitorare l’evoluzione di un fenomeno sociale.
2. Analisi delle risorse territoriali esistenti
 
Fare emergere organizzazioni della cittadinanza organizzata, servizi pubblici, volontariato, cooperazione sociale, associazionismo familiare, gruppi informali e comprenderne culture organizzative di riferimento, modalità gestionali, organizzazione, attività.
3. Analisi ed interpretazione dei dati e delle informazioni esistenti (progress, relazioni, ricerche, etc.) sul territorio relativi ad un fenomeno specifico
 
Analizzare a tavolino (ricerca in modalità desk) dati socioeconomici provenienti da ricerche e indagini diverse o dalla reportistica dei servizi – e di livello territoriale/distrettuale –   per farne delle sintesi, per effettuare confronti, per approfondire uno o più fenomeni sociali.
4. Analisi ed interpretazione dei dati e delle informazioni esistenti a livello sovradistrettuale, nazionale e internazionale relativi ad un fenomeno specifico
Analizzare a tavolino (ricerca in modalità desk) dati socioeconomici provenienti da ricerche e indagini diverse o dalla reportistica dei servizi – e di livello sovradistrettuale, regionale, extraregionale –  per farne delle sintesi, per effettuare confronti, per approfondire uno o più fenomeni sociali.
5. Analisi delle caratteristiche urbanistiche, economiche e sociali di un territorio
 
Comprendere con delle ricerche di campo (in modalità field) specifiche l’impatto di politiche pubbliche urbanistiche, sociali, economiche sul contesto locale e la relazione che esse hanno con la diade bisogni/servizi.
6. Ricerche contestualizzate su fenomeni specifici
 
Approfondire e comprendere l’evoluzione o le caratteristiche di singoli fenomeni sociali, economici, culturali per capire se e come orientare risposte specifiche connesse a servizi e interventi.
7. Studio di casi (organizzativi, individuali)
 
Approfondire caratteristiche e modalità di sviluppo/tenuta di singole organizzazioni sociali, di reti (livello interorganizzativo) o di singoli individui rispetto all’evoluzione di particolari bisogni/problematiche sociali.
Area “Monitoraggio e valutazione”
8.        Attività di monitoraggio e di valutazione di un servizio o di un intervento
Monitorare e valutare impatto, efficacia, efficienza, elementi processuali e raggiungimento degli obiettivi di un singolo servizio o progetto.
9. Attività di monitoraggio e di valutazione delle reti di servizi e del sistema complessivo
Monitorare e valutare impatto, efficacia, efficienza, elementi processuali e raggiungimento degli obiettivi di reti di servizi/attività o del sistema/territorio.
10.     Monitoraggio e valutazione dei percorsi di progettazione partecipata di costruzione del Piano sociale di Zona
Monitorare e valutare impatto, efficacia, efficienza, elementi processuali e raggiungimento degli obiettivi connessi alle azioni di programmazione e progettazione partecipata di un Piano sociale di zona..
Area “Sperimentazione e innovazione”
11.     Sperimentazione di servizi innovativi (Bilancio di cura)
 
Verificare impatto e qualità di servizi o filiere di servizi/progetti innovativi dai punti di vista del bilancio di cura, del cost management, degli obiettivi prefissati, dell’efficacia.
12.     Sperimentazione di metodologie innovative
 
 
Verificare la validità (interna ed esterna) di approcci metodologici specifici e/o innovativi.
Area “Comunicazione”
13.     Testaggio di campagne di comunicazione e informazione sociale
 
Verificare su gruppi o campioni rappresentativi di cittadini/utenti la qualità, la strumentazione e l’efficacia di una campagna di comunicazione pubblica, per valutare eventuali incongruenze o debolezze, prima di avviarla a regime.
14.     Impatto di campagne di comunicazione e informazione sociale
 
Verificare su gruppi o campioni rappresentativi di cittadini/utenti la qualità, la strumentazione e l’efficacia di una campagna di comunicazione pubblica, per valutarne l’impatto, sia dal punto di vista della gestione del processo che degli esiti.
15.     Sondaggi d’opinione relativi alla qualità dei servizi offerti
 
Analizzare su campioni di utenza e su cluster della popolazione interessata a specifici servizi, rappresentazioni/percezioni di qualità collegate ai servizi.
16.     Sondaggi d’opinione relativi all’impatto di nuovi servizi
 
Analizzare su campioni di utenza e su cluster della popolazione interessata a specifici servizi, rappresentazioni/percezioni d’impatto collegate a servizi innovativi
17.     Sondaggi d’opinione e ricerche riguardanti l’impatto di fenomeni sociali specifici sulla cittadinanza
Analizzare su campioni di utenza e su cluster della popolazione interessata a specifici servizi, rappresentazioni/percezioni collegate a specifici fenomeni sociali.
 
 
 
Come si può notare sia pure schematicamente dalla lettura della tabella, lo spazio potenziale delle azioni conoscitive in un sistema locale di servizi sociali è molto ampio. A fronte di quattro aree di ricerca – conoscenza del territorio, monitoraggio e valutazione, sperimentazione, comunicazione – ci sono più di quindici attività che potremmo definire essenziali per disegnare il profilo di una comunità locale, orientare le risposte alle diverse domande sociali che si presentano e verificare la qualità dei servizi e degli interventi effettuati.
Ci rendiamo conto che ancora nessun Distretto ha raggiunto un sufficiente gradiente di raffinatezza in tal senso. Sappiamo che ciò dipende sopratutto dalla necessità di dare priorità ad interventi e servizi collegati ad emergenze sociali che hanno sempre più peso. Però dovremmo anche renderci conto che in ogni sistema e in ogni politica una quota-parte di professionalità, risorse, tempi andrebbero riservati necessariamente ad azioni di indagine e osservazione. Già oggi siamo in ritardo nella risposta a nuovi bisogni sociali, e non capita così di rado di finanziare servizi che non garantiscono l’impatto sociale sufficiente a dare qualche risposta utile.
Chiudiamo il lavoro sul ruolo della ricerca in un sistema locale di servizi sociali con qualche indicazione di buon senso[18]. Infatti, anche quando non è pensabile di finanziare con le risorse del Piano di Zona l’intera gamma delle ricerche ipotizzate nella tabella iniziale, è utile tenere presenti alcune priorità che è indispensabile considerare interne a qualsiasi Piano territoriale si debba costruire, soprattutto laddove non si sia mai fatta ricerca sociale. Qualora azioni ben precise di ricerca diventino proposta durante la stesura di un Piano sociale, si potrebbero aiutare i laboratori di co-progettazione a riflettere sui bisogni e sui servizi da attivare, ma soprattutto si andrebbe nella direzione di dotare una comunità locale di sufficiente sensibilità euristica. Quest’ultima è essenziale per evitare eccessi di autoreferenzialità, oltre che un approccio conservativo   alla progettazione dei servizi sociali.
 
– Quali risorse attivare sul territorio? – Almeno una volta nel triennio (l’unità temporale media di articolazione di un piano di zona) è fondamentale avviare (e concludere) un’analisi delle risorse esistenti (attività 2). Essa serve, sostanzialmente, a capire quali soggetti sono presenti sul territorio, di che cosa si occupano, per quali tipi di destinatari, con quale impegno, se in maniera volontaria o attraverso dei finanziamenti, con quale tipo di committenza si rapportano, se usano altri risorse pubbliche e private, etc.
Spesso un Ufficio di Piano paga lo scotto di non avere una mappatura sufficientemente aggiornata delle realtà esistenti, fatica a mandare, addirittura,  le comunicazioni a tutti gli attori coinvolgibili nei processi di co-progettazione, ha delle relazioni a macchia di leopardo. Inoltre, conoscere le risorse che un territorio ha (a volte non si conoscono neanche quelle istituzionali, come le scuole, le ASL o gli stessi servizi sociali comunali) permette di ragionare in termini di progettazione integrata, di valorizzazione delle relazioni possibili, per esempio, tra organizzazioni di volontariato e imprese sociali. Ciò aiuta ad ottimizzare gli interventi, a cogliere il valore aggiunto di azioni sociali e progetti promossi da altri committenti o attivati su base volontaria, ad individuare organizzazioni o reti mai notate che attraverso il proprio impegno concorrono comunque a definire i livelli di qualità sociale, di solidarietà e di benessere in una comunità locale.
 
– Che siano valutati i servizi e il sistema. – E’ necessario concordare con gli enti attuatori, almeno in fase di progettazione dei servizi, la definizione di modelli valutativi partecipati (che coinvolgano, cioè, nel processo valutativo anche gli enti attuatori e gli stessi destinatari delle azioni), l’esplicitazione e l’uso di metodologie e strumenti di raccolta dei dati, azioni di monitoraggio e di valutazione degli interventi (attività 8). Ogni proposta progettuale che mira a organizzare un servizio attraverso un finanziamento pubblico dovrebbe contenere una sezione specifica dedicata alla valutazione e contemplare l’uso di risorse interne al servizio per attivarla. In una fase immediatamente successiva, dopo avere imparato a convivere con una cultura della valutazione, è indispensabile costruire un impianto di valutazione di Piano che definisca riferimenti teorici e metodologici generali, oltre che i criteri e gli indicatori comuni da cui partire per valutare i singoli servizi nell’interazione con le reti e il sistema (attività 8-9-10). Tutto questo si può fare addirittura senza utilizzare necessariamente risorse in più del fondo sociale locale: basta solo avere la sensibilità amministrativa sufficiente e una serie di competenze che all’interno del territorio, pur se non sempre ad alti livelli, sono quasi sempre presenti tra i servizi sociali del Distretto, le organizzazioni non profit coinvolte, gli operatori.
 
– Come facciamo a sapere di quali interventi ha bisogno il territorio? – Almeno una volta ogni tre anni, con aggiornamenti annuali laddove esistano fenomeni e spunti interessanti, è importante effettuare una fotografia rigorosa, scientificamente attendibile, del territorio per evidenziare domande e fenomeni sociali (attività 1) nuovi. O, ancora, l’evoluzione che uno stesso fenomeno ha nel tempo. Non tutte le domande sociali, al di là dei Livelli Essenziali di Assistenza (diritti esigibili) che non sono stati ancora definiti a livello centrale, possono essere colte e approfondite esclusivamente in maniera empirica ascoltando un operatore o un cittadino, o attraverso un lavoro di analisi delle fonti (attività 3-4). In entrambi i casi, infatti, il rischio è quello di avallare visioni troppo parziali, fornite da portatori di interessi specifici.
Viene da sè, infine, che nella definizione delle priorità sopra elencate a essere poco considerate siano due aree di ricerca in apparenza marginali: sperimentazione e comunicazione (dall’attività 11 alla 17). Non è il caso di approfondire il discorso in questa sede. Possiamo dire, comunque, che almeno un’altra parte delle attività di ricerca può trovare progressivamente spazio in un Piano sociale di zona.
E’ chiaro che la fluidità con cui un Piano entra a regime e i riverberi che ciò ha sulla consistenza e l’utilità della ricerca in un territorio non dipendono solo dal tempo, dagli anni che passano, dalla pesantezza delle emergenze, dalla consistenza dei finanziamenti e delle risorse. Soprattutto, infatti, dipendono – questa è una delle sfide principali che ci aspettano nei prossimi anni – dalla sensibilità istituzionale di un’amministrazione locale, nonché dalla capacità di proposta delle organizzazioni non profit e degli altri attori deputati a costruire benessere nei propri contesti locali.

 

Bibliografia essenziale
2008 
La ricerca-azione  
Barbier René, 2008, Armando Editore
  
2007 
Quo vadis? Laboratorio di ricerca-azione per l'orientamento alla persona
Formica Emilia, 2007, Centro Grafico Francescano
  
2006 
2005 
La ricerca-azione in pedagogia
Parente Maurizio, 2005, Pitagora
  
2004 
Pratiche di qualità e ricerca-azione
Moretti Giovanni, 2004, Anicia
  
2002 
2000 
Autonomia: un percorso di ricerca-azione nella scuola
Fattoretto Paola, Sonnino Rossella, 2000, Franco Angeli
  
La ricerca-azione. Il modello di Kurt Lewin e le sue applicazioni 
Trombetta Carlo, Rosiello Loredana, 2000, Centro Studi Erickson
 
1999 
Democrazia a scuola e ricerca-azione. Metodi e procedure nell'innovazione educativa
Jensen K., Larsen O. B., Walker S., 1999, Laterza Giuseppe Edizioni
  
1993 
La ricerca-azione. Metodiche, strumenti e casi  
Elliot J., Giordan André, Scurati Cesare, 1993, Bollati Boringhieri
 
 
 
 
[1] Quando parliamo di “rigore politico”, ci riferiamo alla capacità reale di sviluppo e di gestione della filiera “politiche, strategie, piani settoriali e integrati, programmi, progetti, azioni sociali” da parte di un gruppo di amministratori locali. Tra gli studiosi di politiche pubbliche, poi, è sempre più condivisa la necessità di sostituire a vecchie architetture amministrative – fondate su logiche monocratiche e gerarchiche – modelli di governance locale basati sul confronto tra attori territoriali istituzionali (ente locale, scuole, università, forze dell’ordine, ASL, etc.) ed extraistituzionali (associazionismo, volontariato, imprese a fini di lucro e cooperative sociali, comitati di cittadini, gruppi informali, etc.).
[2] Parliamo, anche in virtù di quanto sottolineato nella nota precedente, di soggetti che in tutti i casi hanno un mandato esplicito di attivazione e gestione di servizi di pubblica utilità.
[3] Parliamo di “risorse” intese come opportunità trasversali di sviluppo: professionalità, expertise formali e informali, esperienze, finanziamenti, attori organizzati, gruppi informali, etc. Nella nostra accezione, non può essere né difesa una posizione semplicistica che porti a sovrapporre il termine “risorse” esclusivamente con quello di “finanziamenti” né una posizione approssimativa che, appunto, non porti a ottimizzare e valorizzare al massimo tutte le (interazioni tra le) opportunità appena descritte ai fini dello sviluppo di una politica, di un programma, di un progetto.
[4] Si pensi a tutto il ragionamento attuale attorno alla sicurezza urbana, e a quanto siano pericolose visioni autarchiche che fanno derivare, ad esempio, gli episodi di insicurezza (furti, frodi, scippi, incidenti, etc.) vissuti dagli anziani di un quartiere dall’insufficiente controllo delle forze dell’ordine o dai bassi livelli di giustizia sociale quando, anche solo in modo intuitivo, si può immaginare che a definire i livelli di sicurezza reale e percepita concorrano scelte politiche e amministrative più complessive collegate all’economia, allo sviluppo, all’ambiente, all’integrazione, al tema dei diritti, al rispetto della legalità, alla qualità dei servizi, etc.
[5] Sgombriamo il campo da letture strumentali: quando parliamo di confronto, concertazione  –  oppure da un punto di vista tecnico di co-programmazione, progettazione partecipata – non vogliamo legittimare un design sovversivo nel rapporto tra istituzioni e cittadinanza. Non vogliamo smantellare alcune conquiste democratiche, né i processi di rappresentanza che riguardano l’architettura basic delle nostre forme di governo. Istituzioni e cittadini non hanno lo stesso livello di responsabilità politica nel definire le soluzioni e orientare le scelte amministrative di una comunità. E’ sempre l’istituzione (locale) ad avere una funzione di primus inter pares. Ciò non toglie però che vadano garantiti spazi di confronto ampi e continui con la cittadinanza, almeno alla luce del fatto che si sono complessificate le problematiche presenti in un territorio e che le capacità di individuare risposte non sono rintracciabili esclusivamente in un assessore, sia pure se competente, o più in generale in un ente locale.
[6] Nel futuro immediato dovranno essere favorite – con maggior frequenza –  partnership e alleanze tra terzo settore, servizi pubblici e università (come locus privilegiato, in apparenza, di apprendimento e ricerca) se si vogliono tenere insieme – andando al di là di visioni stereotipate che assegnano al primo soggetto capacità di lavorare sul front e nel rapporto diretto con i cittadini, al secondo la capacità di coordinamento di sistema, ed al terzo capacità di fare ricerca pura – saperi che sono già trasversali (esistono ottime organizzazioni non profit che fanno ricerca meglio di tante università, una serie di enti locali che sviluppano reali processi di R-A e realtà universitarie molto aperte al territorio e alle comunità locali di riferimento, non solamente in un’ottica di scambio formazione/mercato), ma che non sono ancora diffusi ed omogenei. Ritraduciamo questa ultima affermazione, per chiarezza: bisogna mirare a diffondere davvero e al più presto, sia pure nel rispetto dei rispettivi mandati e delle rispettive funzioni, una cultura della R-A nel servizio pubblico, come nell’università e nel terzo settore. Per dare spazio e peso all’interazione tra attori diversi nella definizione delle politiche pubbliche di inclusione e di sviluppo locale di un territorio, condividendo allo stesso tempo un linguaggio metodologico (quello della R-A, appunto) adatto alla complessità che attraversa i nostri sistemi sociali.
[7] È vero che le università, piuttosto che chi lavora nel comparto pubblico o nei processi di sviluppo locale possono dare dei contributi importanti quando parliamo di ricerca-azione. E’ altresì vero che i soggetti citati, se a volte possono essere assimilati a stakeholders strategici e a portatori di conoscenze complesse, non vivono con la stessa intensità di una realtà del terzo settore (stiamo volutamente assolutizzando il ragionamento) il proprio ruolo prossimale. Di attori, cioè, che si misurano in maniera costante con cluster della popolazione fruitori di servizi e portatori di bisogni di inclusione o benessere.
[8] E’ chiaro che non si tratta degli unici soggetti: anche un sindacato, piuttosto che un’impresa, possono ad esempio entrare in gioco nei processi di pianificazione, programmazione e progettazione di un sistema di servizi sociali locali. Ma ci concentriamo volutamente su tre soggetti che costituzionalmente dovrebbero fare proprio il paradigma della R-A.
[9] Terzo settore che ha perso impatto trasformativo non essendo più in grado di definire proposte e progettualità che un tempo fornivano stimoli allo stesso comparto pubblico o di considerare almeno una parte di quest’ultimo come alleato per battaglie culturali comuni (si pensi, tra le altre cose, alla nascita dei consultori, alla Legge Basaglia, all’assistenza domiciliare).
[10] In un primo momento evolutivo potrebbe essere un piccolo nucleo fondativo a fare propri in maniera organica principi e paradigma della R-A, nella costruzione delle politiche pubbliche locali. Con un’operazione che tiene insieme sperimentazione, rigore scientifico, produzione di buone pratiche, mainstreaming e strategie efficaci di diffusione dei saperi si potrà produrre un “effetto-alone” che solo il tempo potrà dire se avrà caratteristiche di testimonianza e resistenza o di lenta trasformazione nell’approccio alla costruzione del welfare locale da parte dei soggetti già più volte citati. Interessante, in tal senso, è la rete Espanet – Italia: www.espanet-italia.net.
[11] Riprendendo Kuhn, dal punto di vista epistemologico, possiamo considerarla un piccolo slittamento paradigmatico.
[12] Definiamo il concetto di sostenibilità nella nostra accezione. Un lavoro di ricerca-azione sostenibile si basa sulla seguente formulazione logica: R-A = Y ≥ X. Per X intendiamo tutto il lavoro a monte di tipo progettuale e di analisi: risorse economiche investite, professionalità, lavoro di rappresentanza e di governance, studio e aggiornamento, progettazione; per Y intendiamo il lavoro a valle e le ricadute reali della proposta: risorse economiche ottenute, qualità e cantierabilità della proposta, efficacia delle azioni e dei risultati, miglior rapporto con il sistema-territorio (sostenibilità, inclusione, immagine). Il rapporto tra X e Y può essere pari a zero (uguale) solo nel momento in cui siamo in grado di dimostrare, almeno su un piano ermeneutico, che a fronte degli investimenti sostenuti (X) e delle ricadute trasversali (Y) ottenute, pur essendo andati incontro ad un pareggio di risorse (investite/ottenute), abbiamo comunque tutelato (e rafforzato) a livello istituzionale e concreto una serie di diritti esigibili nella popolazione beneficiaria.
[13] L’attivazione e l’efficacia riguardano momenti diversi da quello della ricerca-azione in sé: o meglio, da quello di analisi e costruzione della proposta. Ma, dal punto di vista concettuale, fanno parte del processo complessivo. Anche qualora i tempi di implementazione siano distanti da quelli iniziali di analisi e proposta, e laddove siano altri i soggetti ad entrare in campo per gestire e valutare.
[14] E’ interessante notare come sul piano temporale la diacronia riguardante i due momenti principali di sviluppo dell’approccio (quello dell’individuazione di scenari possibili di azione e quello della lettura del qui e ora) sia “stemperata” da un robusto legame iterattivo che tiene insieme il momento della ricerca e quello dell’azione.
[15] Il piano sulle risorse e quello sulla comunicazione rappresentano due vettori strategico-operativi che indicano rispettivamente quali direzioni prendere per rendere concrete una o più idee progettuali, e per contribuire ad aumentare l’impatto dei singoli progetti in termini di saperi, conoscenze, cultura scientifica, informazioni per la cittadinanza e la committenza, sensibilizzazione (parole-chiave fondamentali nella nostra società post-fordista, che contribuiscono a definire l’impatto reale di un lavoro di R-A).
[16] Avremmo potuto definirlo indifferentemente Piano sulla governance, partecipato, di confronto, di diffusione dei saperi e delle conoscenze, etc.
[17] Essa, se dovessimo attenerci a delle stime, potrebbe impegnare tra il 2 e il 3% del fondo sociale territoriale annuale. Ma pensiamo che sia possibile ottimizzare i costi o aumentare l’impatto euristico delle attività di ricerca attraverso alcuni accorgimenti: uso di fondi europei specifici, attivazione di protocolli di raccolta dei dati e di analisi effettuati direttamente con i servizi sociali esistenti, ricerche sovradistrettuali. In ogni caso, per evitare di fare degli spazi relazionali, promozionali e solidali di una comunità degli spazi poco “dinamici”, è fondamentale investire su conoscenza ed analisi.
[18] Partiamo, nel nostro caso, dalla definizione di priorità in Piani che non hanno mai previsto un lavoro organico di ricerca e che contemplano l’esistenza di servizi che solo in pochi casi attivano processi di valutazione. Naturalmente, più è articolata la ricerca in un Piano e più può essere utile, sul medio periodo, avvicinarsi allo sviluppo a regime delle aree e delle attività descritte in tabella.

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L'Istituto per gli Studi sui Servizi Sociali ISTISSS svolge fin dal 1960, su base associativa multiprofessionale, attività di studio, ricerca, intervento, sperimentazione di servizi e diffusione dei risultati, formazione ed aggiornamento, documentazione, convegnistica nei campi sociale e sanitario, di tempo libero e del turismo sociale. Attività finalizzate alla realizzazione di un quadro compiuto di solidarietà sociale.