Riflessioni su un caso di gravidanza in adolescenza

G. Signorelli e A.F. Zampino

2/2008 n.s

Premessa
 
Lo scopo del presente lavoro, è stato quello di affrontare alcune delle dinamiche legate alla gravidanza e alla maternità in adolescenza, facendo riferimento non solo alla letteratura che si è occupata di questo fenomeno, ma anche all’analisi di alcune interviste somministrate a delle adolescenti in gravidanza. Tali interviste hanno potuto permettere una riflessione diretta sulle problematiche date dall’intrecciarsi di questi due momenti in cui centrale è apparsa l’analisi dei significati psicoaffettivi dell’evento gravidanza nel mondo interno di un’adolescente, le ripercussioni sul proprio sé, e sul proprio ambiente di riferimento.
Appare, piuttosto evidente, come due fasi del ciclo vitale, così particolari, e allo stesso tempo ricche di cambiamenti, come l’adolescenza e la gravidanza, possano complicare lo sviluppo personale se vissute contemporaneamente. L’adolescenza, come è stato messo in luce da numerosi autori, è stata definita come un periodo che porta con sé dei profondi cambiamenti sia fisici che psicologici.[1] L’integrazione dei cambiamenti corporei prodotti dalla pubertà in una nuova immagine di sé e l’acquisizione dell’organizzazione sessuale definitiva sono considerate tra i compiti evolutivi fondamentali dell’adolescente.
Tuttavia, in genere, tutti gli autori sono concordi nel ritenere l’adolescenza come un periodo in cui la costruzione di una nuova immagine di sé e di una nuova identità passi attraverso l’elaborazione del lutto nei confronti del corpo infantile e attraverso la rinuncia agli oggetti d’amore originari, i genitori, per passare a nuovi oggetti libidici eterosessuali.
Durante il processo di costruzione di questa nuova identità, l’adolescente attraversa periodi di ricerca di figure identificatorie e di sperimentazione con gli oggetti del mondo reale e della fantasia. E’ questo il periodo in cui il giovane sperimenta una forte ambivalenza nei confronti delle figure genitoriali, che vengono rifiutate o al contrario idealizzate. Come è noto, sarà l’identificazione con il genitore dello stesso sesso a permettere all’adolescente di raggiungere un’identità sessuale matura e una più stabile e articolata rappresentazione degli oggetti e del sé.
Queste trasformazioni sono talvolta fonte di ansia e spesso assumono un carattere traumatico, per cui l’adolescente può cercare di esorcizzarle attraverso varie strategie, che talvolta possono assumere anche caratteri drammatici, come in alcune forme di acting-out.
In tal senso il conflitto interiore viene sperimentato come conflitto tra l’individuo e il suo ambiente: esso viene esteriorizzato. Così la concretezza dell’azione prende il posto dell’adempimento di un compito evolutivo. In casi estremi, la rottura violenta con l’infanzia e con la continuità familiare, potrebbero essere indice di una fuga da una potente spinta regressiva verso la dipendenza, la sicurezza, il benessere e le gratificazioni infantili.
Anche se tutto ciò potrebbe essere comunque considerato un modo per separarsi dalle dipendenze infantili, rimanendo così in linea con il compito evolutivo dell’adolescenza, i mezzi impiegati potrebbero rendere vano lo slancio maturazionale.
Per molti adolescenti la rottura violenta e l’opposizione manifesta costituiscono un rinvio, una posizione di fermo finchè non si rimette in moto lo sviluppo progressivo; per altri invece, diventa un modo di vita.
Spesso le situazioni conflittuali che possono dare vita agli “agiti” non sono solo causate dai cambiamenti legati alle dinamiche proprie dell’ adolescenza, ma possono anche essere l’espressione della necessità di un cambiamento legato alla fase maturativa precedente, a nuclei emotivi non elaborati e pertanto problematici.
All’interno di questo ultimo pensiero trovano spazio quelle che vengono considerate le problematiche legate alla gravidanza minorile, soprattutto quando essa rappresenti un segnale agito nei confronti della relazione con la figura materna.
Ma vediamo più da vicino quelle che sono le problematiche proposte da alcuni autori (Deutsch 1925, 1945; Pines 1972; Formica 1981), in riferimento alla gravidanza e alla maternità vissute in un momento così particolarmente delicato come l’adolescenza. 
L’adolescente può andare incontro, in questi casi, a un grande rischio:2 infatti non avendo completato il processo di costruzione di una nuova immagine corporea, dovuta ai cambiamenti tipici della pubertà, si trova sottoposta ad un altro periodo di disorganizzazione, in questo caso prodotto dalla gravidanza, che invece di contribuire all’elaborazione di un’identità nuova e separata, la potrà inibire o rendere più complessa. La “crisi narcisistica” legata al constatare che (fatto di vedere) il proprio corpo è deformato dalla gravidanza viene vissuto da queste ragazze più intensamente, per l’importanza che l’immagine del corpo ha, nell’adolescenza, per la rappresentazione di sé.
D’altra parte proprio l’aumentato narcisismo, tipico dell’adolescenza, inteso come ipervalutazione ed intensificazione del sé, può rendere più difficile il cambiamento nella rappresentazione del sé determinato dalla gravidanza.
L’adolescente, proprio per la complessa fase evolutiva che attraversa, potrà incontrare difficoltà emotive non solo ad elaborare una rappresentazione del bambino, ma anche a considerarlo parte di sé e altro da sé e, infine, a tollerare la separazione al momento del parto. In tal senso, affinché la ragazza possa vivere la maternità come un fine desiderato, è necessario che abbia raggiunto una identificazione con la propria madre, e abbia superato quella situazione ambivalente tipica dell’adolescenza, in cui l’adolescente è combattuta tra la tendenza a separarsi e quella di riconsegnarsi a lei.
La gravidanza in giovane età potrebbe essere, quindi, il frutto di rapporti sessuali, che vogliono soltanto esprimere la ribellione della ragazza nei confronti delle restrizioni materne, oppure la ricerca di quella tenerezza che le è venuta a mancare proprio da parte della madre. Può anche rappresentare a volte il tentativo di ricalcare il modello materno, di ricreare con il proprio figlio il legame infantile di tipo simbiotico avuto con la propria madre; o può anche esprimere il desiderio di compensare un vuoto di identità, “essere qualcuno” o meglio di “avere qualcosa di proprio”: così da stabilire una relazione legata al senso di possesso del figlio. In riferimento a questo pensiero, appare utile citare il pensiero della Deutsch;3 l’autrice afferma che le ragazze così giovani, benché parlino molto spesso del loro desiderio di avere dei bambini, siano incapaci di assumersi una piena responsabilità materna. La Deutsch, infatti, sostiene che il vero sentimento materno richiede un’energia dell’Io che la ragazza, proprio per la fase evolutiva che sta vivendo, non ha ancora raggiunto. Nei casi in cui, però, il desiderio inconscio di avere un bambino si dimostra più forte delle inibizioni, allora la ragazza è facilmente portata a diventare madre biologicamente, ma non ad affrontare la situazione in modo maturo, perché non ancora capace, psicologicamente, di assumere la funzione materna. La Deutsch sottolinea l’importanza del rapporto di queste ragazze con le proprie madri: in molti casi di gravidanze adolescenziali, le ragazze potrebbero essere definite “aiuto-madri”, infatti esse amano e si preoccupano dei loro bambini, a patto però che la vera responsabilità sia nelle mani di una persona adulta, e, nella fattispecie, della propria madre.
Una maternità precoce può essere molto problematica per una giovane, la cui personalità, non ancora giunta a completa maturazione, verrebbe gravemente compromessa; infatti uno dei rischi maggiori è che le tendenze regressive, che emergono con la gravidanza vadano a sovrapporsi a quelle proprie dell’adolescenza, bloccando lo sviluppo psicologico ed emotivo della ragazza, lasciandola per così dire, in uno stato di immaturità ed infantilismo psichico.
E’d’altra parte vero, secondo l’autrice, che possa esserci la possibilità di una maturazione tardiva che avviene durante la gravidanza e dopo la nascita del bambino; ma anche in questi casi emerge il bisogno da parte della ragazza di una repentina identificazione con una persona investita di autorità che possa supportare il suo debole io.
Di degno interesse su questo argomento risulta essere anche il contributo offerto da Dora Pines.4 Anche questa autrice ha messo in evidenza quanto sia importante il rapporto di una donna in gravidanza, ma nel caso specifico di un’adolescente, con sua madre. La Pines ritiene che, un’esperienza sufficientemente buona con la propria madre permetta alla donna, attraverso la temporanea regressione connessa alla gravidanza, di identificarsi con una madre onnipotente e fertile, e contemporaneamente con se stessa bambina, realizzando in tal modo una maturazione e una crescita del sé. Tale processo è reso più complesso nelle gravidanze adolescenziali, in cui oltre alle tendenze regressive della gravidanza, coesistono quelle tipiche dell’adolescenza, che sommandosi potrebbero inibire lo sviluppo psicologico ed emotivo della ragazza. L’adolescente, nel tentativo di affrontare la rinuncia alla dipendenza dalla madre e l’identificazione con lei attraverso la gravidanza, potrebbe subire un arresto nel processo di separazione-individuazione per l’acquisizione di una definitiva identità femminile e materna. 
E’ proprio in relazione a questa identificazione con la propria madre che appare particolarmente importante la distinzione tra desiderio di maternità e desiderio di gravidanza, proposto dalla Pines; infatti all’interno delle gravidanze adolescenziali, secondo la Pines, appare in primo piano proprio questo secondo, in cui il bisogno narcisistico di provare che il proprio corpo funziona esattamente come quello della propria madre, prevale sull’investimento emotivo nei confronti del bambino e quindi sulla disponibilità ad occuparsi e prendersi cura di lui, così come accade nel desiderio “più maturo” di maternità.
E’ probabile che, anche nella migliore delle situazioni contingenti ad una gravidanza precoce, appaia inevitabile domandarsi se non sia un paradosso parlare di genitorialità in adolescenza. A tal proposito può essere utile citare l’intervento di A. Maltese5 sull’argomento.
L’autrice si riferisce alla genitorialità come ad una “dimensione complessa, processuale e dinamica, che affonda le sue radici nel costituirsi dell’identità stessa dell’individuo” e che riguarda “l’edificare il sé, l’essere persona nella realizzazione progressiva della propria genitalità.” Mentre queste trasformazioni sono più concrete e rappresentabili in un adulto, in un adolescente risultano essere, ancora per così dire, in “costruzione”. E’ vero che l’adolescente può vivere delle intense storie affettive ed avere degli incontri sessuali con l’altro sesso, ma esse non hanno lo stesso significato che hanno per la persona adulta. Infatti se si riflette sul vissuto che sottende il rapporto amoroso fra adolescenti, il partner spesso rappresenta “un’immagine narcisistica, un doppio da sé a cui solo molto più tardi, alla fine dell’adolescenza e spesso anche dopo, può essere riconosciuto lo statuto di persona, come è in una coppia genitale, lo statuto cioè di oggetto, non solo di sesso diverso e fonte di piacere, ma di oggetto separato ed autonomo da sé con una propria identità”.
Molte volte, inoltre, dice l’autrice, la prematurità dei rapporti sessuali tra gli adolescenti rappresenta una fuga nell’agire, volta ad evacuare i fantasmi inaccettabili mobilitati dalla pubertà; questi rapporti testimonierebbero la difficoltà della mente adolescente a coniugare corpo infantile e corpo pubere, e a rappresentarsi nella nuova immagine genitale. Queste situazioni frequentemente esprimono un tentativo di soluzione precoce ai problemi di sviluppo, dove l’accoppiamento, ed anche il concepimento, aprono la strada all’aborto dei processi di sviluppo emotivo più che alla loro maturazione. Ciò che mette in luce l’autrice, è che la genitorialità sia una dimensione interna, insita nel funzionamento della vita psichica dell’individuo, che necessita un complesso processo maturativi, presupposto questo indispensabile alla realizzazione della vita di coppia e all’essere genitori. E’ per questo che appare particolarmente complesso, quasi impossibile, trovare nella dimensione mentale dell’adolescente quelle esperienze psichiche che predispongono al costituirsi del senso di intimità, di fiducia, di affidabilità prima con se stesso e poi con gli altri. L’autrice conclude affermando che, solo quando una persona riconoscerà l’altro come essere separato e autonomo, sarà possibile per questa predisporsi a diventare genitore, potrà raggiungere la capacità di rappresentarsi un figlio come altro da sé: potendolo così aiutare a crescere, conoscersi, differenziarsi e procrearsi, per scegliere a sua volta di essere creativo in forme e modi originali e autonomi da chi lo ha generato.
 
Come accennato precedentemente, l’uso di un’intervista semistrutturata6, all’interno di una ricerca più ampia, che ha avuto luogo a Roma, ha permesso di indagare ulteriormente le dinamiche relative alle gravidanze in adolescenza.
E’ stato così possibile approfondire sia la conoscenza del vissuto emotivo che caratterizza la gravidanza, sia la disposizione ad affrontare il cambiamento, da parte delle ragazze, attraverso un’esplorazione volta ad indagare la percezione del bambino, il rapporto con la propria madre, con il partner e con la famiglia di origine.
Il caso che successivamente è riportato appare esemplificativo delle problematiche presenti nelle gravidanze vissute in adolescenza, problematiche che possono costituire un elemento di rischio sia per lo sviluppo della personalità dell’adolescente sia per lo sviluppo del sé del bambino, poiché, come si vedrà, anche la mentalizzazione del piccolo e dei suoi bisogni di contenimento emotivo, appaiono preclusi.7
 
Claudia
Claudia è una ragazza di sedici anni, primogenita di una famiglia composta da padre e madre entrambi poco più che trentenni, ed un fratello di dodici anni.
Dall’intervista emerge che Claudia, prima dell’accertamento della gravidanza, e soprattutto prima che questa fosse palese, frequentava una scuola tecnica con scarso rendimento, giustificato dal limitato interesse nei confronti della scuola; è però a scuola che Claudia conosce il suo ragazzo, padre di suo figlio, compagno di classe anche lui sedicenne. In questo momento, proprio per la gravidanza la frequenza scolastica è stata interrotta, ed è in dubbio la ripresa.
L’incontro con Claudia avviene al suo ottavo mese di gravidanza, presso il consultorio dove effettua le visite ginecologiche e la preparazione al parto: è in ogni occasione accompagnata dalla mamma, presente anche durante l’intervista.
Claudia è una ragazza di statura piccola, con un viso da bambina, con lineamenti delicati e un aspetto gradevole, che in è contrasto con la pancia pronunciata dei suoi otto mesi di gravidanza. Indossa una tuta e una maglietta nera, quasi per voler nascondere il suo stato, perché poi come risulterà nell’intervista non ha voluto acquistare alcun abito pre-maman.
Lo stato di gravidanza è stato accertato dopo la prima mancanza, con l’aiuto della mamma, che l’ha accompagnata a fare le analisi, e che le ha poi comunicato il risultato con viva ansia e depressione. Claudia sapeva di non aver usato alcun tipo di contraccezione, e comunque pensava che avrebbe eventualmente potuto avvalersi dell’aborto. E’ stato infatti l’aborto il primo pensiero di Claudia alla notizia della gravidanza; era stupita, spaventata, ma come lei stessa ha affermato, accusava dei cambiamenti interni, che le avevano fatto pensare proprio ad una gravidanza.
Alla comunicazione della notizia della gravidanza Claudia dice: “Mi è caduto il mondo addosso…..; all’inizio non l’ho presa molto bene…perché un po’ per l’età, un po’perché non sapevo come potevano reagire gli altri….”, e poi più avanti dirà: “…..anche io sono ancora piccola, mi devono curare a me…..”.
Lo stupore con cui accoglie la notizia e l’insistere sul fatto di essere ancora piccola, sembrano indicare che è ancora presente in lei la percezione di un’immagine di sé infantile, sostenuta da meccanismi di negazione che le fanno vivere la gravidanza in modo poco realistico; al punto di non riuscire ad immaginare come sarà il suo bambino, perché non ne ha idea, a questo proposito dice: “..non riesco a immaginarlo proprio….non so proprio…solo piccolo”.
Tutta l’intervista presenta numerosi lapsus; spesso la ragazza cerca di rispondere alla domanda, ma poi divaga, racconta altre cose, ritorna sull’argomento, altre volte dimentica la domanda: tutto ciò sembra testimoniare la confusione che la ragazza sta vivendo in questo momento; sembra come se i due contemporanei processi di gravidanza e adolescenza, si traducano in un vissuto di depressione e tristezza.
E infatti nell’intera intervista, quello che trapela è un forte senso di depressione, nelle parole, negli atteggiamenti e anche nel tono di voce.
Dall’intervista emerge un particolare interessante: anche la madre di Claudia rimase incinta molto giovane, e anche la madre, a suo tempo, aveva pensato all’aborto quale risoluzione al concepimento.
Nell’intervista anche se la relazione con la madre è stata delineata come “aperta”, “appagante” e basata sul dialogo, tuttavia appare evidente che la madre non abbia fatto nulla per proteggere la figlia dal rischio di una gravidanza precoce. 
Dall’intera intervista si comprende come sia molto viva la presenza della mamma nella vita di Claudia; è interessante notare che Claudia prima afferma che vorrà essere proprio come sua madre, una volta diventata madre lei stessa, ma poi riflettendo, e facendo delle considerazioni personali, le sorge il dubbio che proprio questo rapporto con lei possa essere stato la causa di questo “particolare avvenimento”; Claudia infatti dice: “ No….io spero di essere simile, anche se spero che invece poi non gli accada la stessa cosa mia….perché adesso magari dico pure che è una cosa bella però, però….è una scelta grande per una persona di questa età.Quindi non lo so se magari……è il rapporto così….non lo so come si dice, così attaccato, insomma confidenziale con mia madre,….però no….non penso che c’entra tanto lei….perché penso che comunque, se già avevo deciso di fare qualcosa… anzi no, no…..io spero di essere come mia madre, ecco!” .
Si potrebbe pensare che la gravidanza sia stata, seppure inconsciamente, desiderata dall’adolescente per un meccanismo di identificazione con la propria madre, nel tentativo di rafforzare il legame di dipendenza con quest’ultima; infatti in questo caso la maternità precoce sembra inibire la crescita dell’identità individuale e della personalità della ragazza, tanto che questa, durante la gravidanza, mette in atto un comportamento di ritiro infantile verso la propria madre. La gravidanza infatti ha dato l’occasione a Claudia di attirare su di sé le attenzioni, come lei stessa afferma, sia della madre che del padre, manifestando il desiderio di poterle conservare anche in seguito. A questo proposito dice: “ …..spero che insomma tutti quelli che ora mi danno attenzione, me la daranno anche dopo…..”.
Diverse volte emerge nelle parole di Claudia un forte senso di colpa, dettato dal suo stato, ma soprattutto, da quello che l’ha causato, cioè l’avere avuto rapporti sessuali con il suo ragazzo; a questo proposito riferisce: “ Beh, mia madre….ha visto, cioè, se si doveva arrabbiare, si doveva arrabbiare per il fatto di prima, no perché ero rimasta incinta….”.
Dalle sue parole, sembra che in alcuni momenti, questo bambino sia stato voluto più dalla madre che non dalla ragazza; è possibile che la ragazza, tenendo il bambino, si sia identificata con questo e con quella parte di sé bambina che avrebbe potuto a suo tempo essere abortita. Allora Claudia dice: “Tanto ormai non potevo tornare indietro……sarebbe stata peggio l’altra scelta….non mi sembrava giusto perché non è che l’ho scelto io, cioè io non posso scegliere per la vita di un’altra persona e quindi è così……”.
Come già precedentemente accennato, Claudia non frequenta più la scuola, non esce più, se non con la mamma, e solo ed esclusivamente per cose che riguardano la futura nascita; teme di essere giudicata soprattutto dalle ragazze sue coetanee. Sembra che si senta intrappolata in una situazione più grande di lei, da cui comunque non riesce a trovare una via d’uscita. Inoltre le sue parole lasciano trasparire un sentimento di tristezza e depressione quando racconta che, fino a quando i cambiamenti corporei relativi alla gravidanza non erano palesi, continuava ad uscire con il suo ragazzo mentre ora non più. E così riferisce: “E’ cambiata nel senso che io adesso non esco, perché non mi sento a mio agio, cioè esco però con mia madre, però già se vedo qualche persona dell’età mia, ehmm…..mi dà fastidio, mi sento diversa, non è perché ho qualcosa di brutto io, però non lo so, non riesco…..non lo so mi sento proprio diversa nel senso fisico….però …..solo questo poi niente……” Si percepisce all’interno dell’intervista un forte rimpianto per una adolescenza ormai bruscamente interrotta.
Claudia parla dei cambiamenti legati al corpo come se non le appartenessero, afferma che le è cresciuto un po’ il seno, che ha la pancia, ma nulla di più; non ha mai comprato un abito pre-maman, perché questo avrebbe significato mostrare a tutti che era incinta, e così indossa esclusivamente tute da ginnastica, rigorosamente nere.
A proposito del rapporto con il ragazzo emerge in modo forte come nel corso dell’intervista, anche su domande specifiche relative al rapporto di coppia e al vissuto del ragazzo rispetto alla gravidanza, che la ragazza non sia in grado di soffermarsi a riflettere su questa relazione, né pensa che il ragazzo possa esserle di sostegno, debba o possa avere un ruolo nella gravidanza. I ricordi della relazione, tra questi due adolescenti sono molto labili, infatti la ragazza dice: “Boh…forse era diverso, perché io prima, non lo so io veramente, neanche mi ricordo più come era prima…..”.
Claudia percepisce la reticenza del ragazzo ad accettare la gravidanza, un rifiuto emerso e verbalizzato dal giovane durante la prima ecografia che ha mostrato la reale presenza del bambino. Così nel timore di inasprire ulteriormente il rifiuto, Claudia ha evitato di mostrare tutto ciò che ha preparato per il bambino, tentando di negare al ragazzo, ma anche a se stessa questa nuova realtà. 
Claudia sembra esprimere la speranza che il ragazzo le rimanga vicino il più possibile prima del parto, perché è forte in lei la sensazione che dopo la nascita lui decida anche di non riconoscere il bambino.
Se da una parte la gravidanza ha incrinato l’iniziale rapporto con il suo ragazzo, quello con la madre è diventato sempre più intenso. A proposito di questo la ragazza riferisce: “……stiamo molto più insieme, poi anche se le devo dire una cosa, non mi faccio tanti problemi……gliela dico, tanto ormai…..”.
E’ la madre ad accompagnarla alle visite ginecologiche, con lei fa i preparativi per la nascita del bambino e insieme progettano la sistemazione del neonato quando nascerà.
Claudia, nell’intervista, afferma di considerare, la sua relazione di coppia importante per sé, ma non significativa rispetto alla nascita del bambino: la relazione significativa e centrale è invece quella con la madre.
“Emozione” è il termine usato da Claudia per descrivere la sensazione provata quando ha fatto la prima ecografia, che sembra aver rappresentato per lei il momento in cui ha potuto più concretamente percepire la presenza del bambino. Anche per quanto riguarda i primi movimenti fetali Claudia sembra aver bisogno di essere aiutata concretamente a rappresentarsi e a costruire un’immagine e presenza del bambino.
Per quanto riguarda le caratteristiche di sé come madre e le caratteristiche del bambino, la ragazza esprime sentimenti di forte inadeguatezza: spera che sia un bambino facile da accudire, che le dia possibilità di capire cosa gli occorre; soprattutto teme di avere delle reazioni emotive di rifiuto: infatti la percezione che riferisce di avere rispetto a se stessa è quella di essere ancora piccola e indifesa così come il suo futuro bambino; in relazione a ciò dice: “Ehmm…scocciante, ….che non sorride mai, che non sai cosa fargli, perché anche io sono ancora piccola, si devono prendere cura di me…..e se io devo curare anche lui, poi è un casino….” Questo senso di inadeguatezza è espresso anche quando Claudia cerca di riflettere su quelli che saranno i bisogni del bambino nei primi giorni, infatti dirà: “avrà bisogno di affetto, a parte il latte, di attenzione…..già che deve capire chi sono io, non nel senso che comando io……nel senso che sono la mamma, perché sicuramente pure mia madre ci sarà……”; spiccato appare in questo caso il senso di con-fusione tra lei e la madre, di chi si occuperà di questo bambino. 
Per quanto riguarda le paure della gravidanza, ma soprattutto ora che Claudia è alla fine, sembrano essere presenti aspetti di negazione; la ragazza afferma di non sentirsi minimamente preoccupata per lo stato di salute del suo bambino, sembra infatti che le sia difficile provare preoccupazioni per il bambino che non sente presente e desiderato dentro di sé. Anche le ansie di separazione e di perdita presenti in gravidanza all’arrivo del parto, appaiono complesse. L’adolescente sembra infatti oscillare tra panico e negazione, esprimendosi così: “io vedo tutto buio……un po’ di dolore” è come se negasse la possibilità di questo evento, di quello che comunque comporta.
Nell’intervista a Claudia si nota come il sovrapporsi dei processi di cambiamento insiti nella gravidanza con le modificazioni dell’adolescenza, comporti una disorganizzazione che sembra poter complicare, il già complesso processo di crescita e di costruzione dell’identità.
Si può ipotizzare che la gravidanza in questo caso, possa essere usata come mezzo per negare il processo di separazione-individuazione proprio dell’adolescenza, che consentirebbe alla ragazza di acquisire una nuova identità emotiva, corporea e sessuale distinta da quella della propria madre.
Durante l’intervista la narrazione si caratterizza per la presenza di frasi contorte e confuse, in cui sono evidenti elementi di contraddizione e ambivalenza che dimostrano la difficoltà sia a focalizzare la propria esperienza di gravidanza, sia a organizzare tale esperienza in un quadro coerente e comunicabile.
Claudia sembra non aver potuto elaborare il processo di separazione-individuazione dalla propria madre, appare ancora legata ad una fase preadolescenziale nella quale vive con la madre un rapporto quasi indifferenziato.
Mettendo in atto questa gravidanza, Claudia si è di colpo trovata in un mondo adulto di cui però ancora non conosce le regole, ma che soprattutto non è in grado di “vivere”. Dall’intervista emerge un’immagine di Claudia concentrata su se stessa, e in uno stato di confusione che non le permette di elaborare rappresentazioni e quindi di pensare e ‘vedere’ il bambino.
 
Riflessioni
Dall’analisi delle risposte date alle domande dell’intervista è stato maggiormente possibile comprendere quanto una gravidanza in età adolescenziale rappresenti un evento articolato e complesso, dal momento che essa ha luogo in un momento evolutivo in cui la personalità è ancora in corso di strutturazione e in cui il desiderio di gravidanza è solo apparente.
Attraverso i racconti di queste ragazze, è stato possibile delineare una linea di discussione del fenomeno incentrata sulla possibilità che le gravidanze di queste giovani adolescenti potessero rappresentare un mezzo attraverso il quale modificare la relazione con la figura materna, percepita come problematica e difficile.
La gravidanza potrebbe allora essere pensata come un agito per poter ottenere un cambiamento che sottende il bisogno di essere protette, considerate e “viste” nei loro bisogni di cura e protezione da parte delle madri.
La percezione di loro adolescenti, fragili e ancora bisognose di cure, in un corpo gravido da adulte, si avverte nelle risposte di inadeguatezza, indecisione, paura e ansia per quanto riguarda la loro capacità di essere in grado di occuparsi del bambino.
La gravidanza in adolescenza sembra emergere in una fase emotiva della vita in cui forti sono le problematiche affettive riguardanti la figura materna; se da un lato sono assenti pensieri ed emozioni riguardanti il bambino e la relazione con lui, delineandone un profilo confuso, dall’altra sono presenti in modo forte e profondamente coinvolgente pensieri ed emozioni circa il rapporto con la propria madre. La mancanza di mentalizzazione e di rapporto con il bambino sembra sottendere esclusivamente il legame della gravidanza con l’insoddisfazione dei propri bisogni, soprattutto nella relazione con la figura materna.
La gravidanza appare pertanto per queste ragazze come un momento particolare, in cui forte è il riavvicinamento alla figura materna, che verrà a ricoprire di nuovo un ruolo fondamentale nella loro vita, sia durante che dopo la gravidanza.
Le adolescenti riferiscono di essere entrate a far parte di una condizione particolare, che le rende bisognose di cure da parte della propria madre. Sono le madri infatti, che le accompagnano alle visite mediche, che le aiutano a preparare il corredino e che sembrano sostituire di fatto il ‘fidanzato’ anche negli impegni che caratterizzano le coppie in attesa.
La possibilità di avere un bambino, nelle adolescenti, così come è emerso da queste interviste, sembra essere in secondo piano rispetto alla loro necessità di far emergere bisogni emotivi di contenimento e protezione inappagati.
E’ utile soffermarsi a riflettere sul fatto che, in tutte le interviste, la relazione significativa e centrale rispetto alla gravidanza non è né quella con il bambino, né quella con il partner ma piuttosto quella con la propria madre, di cui tutte verbalizzano lo stesso bisogno.
Molte di loro riferiscono di essersi riavvicinate emotivamente alla propria madre, colmando la forte carenza affettiva che dichiaravano di aver vissuto durante l’infanzia e l’adolescenza.
Tuttavia, se da una parte la gravidanza risponde al desiderio di svincolarsi dalla dipendenza nei confronti della propria madre, dall’altra comporta inevitabilmente un riavvicinamento a questa che verrà a giocare un ruolo importante nella maternità della figlia.
E’ emerso inoltre un significativo bisogno di accudimento e cure di cui ancora sentivano la necessità; sembra che si possa intravedere in questo bisogno di essere curate e “guardate” la necessità di ricreare con la propria madre, attraverso una gravidanza precoce, quell’unità simbiotica ormai persa, come se quella, la gravidanza, fosse l’unica modalità attraverso la quale colmare tale deprivazione.
La gravidanza, allora, può essere in questo modo paragonata ad un acting-out, ad un’opposizione nei confronti della famiglia di origine, ma in particolar modo nei confronti della madre.
L’agito potrebbe in questi casi rappresentare una “strategia di interazione” e quindi essere utilizzato dall’adolescente come un mezzo indiretto per stabilire una nuova relazione con la madre fondata su attenzioni e cure.
Attraverso la gravidanza, le ragazze che abbiamo intervistato ridefiniscono il rapporto con la loro madre, tornano ad essere delle figlie, che hanno bisogno di protezione, cure e attenzioni; hanno la necessità di essere seguite, deve essere loro insegnato tutto, e la presenza della madre diventerà, come emerge dalle interviste, da questo momento in poi fondamentale durante tutta la gravidanza e anche in seguito.
La gravidanza, sembra pertanto non solo rappresentare il segnale del bisogno di colmare una precoce deprivazione affettiva, ma anche il desiderio di un’antica fusione perduta con la figura materna che le ha precocemente spinte verso l’autonomia.
 
 
Conclusioni
Non possiamo non sottolineare, nuovamente, come le gravidanze adolescenziali, siano un evento articolato e complesso, che può ostacolare ed influenzare un armonioso sviluppo della personalità. Pensarle come un acting-out significa pensarle come un’azione priva di mentalizzazione, in cui il conflitto interiore viene esteriorizzato e dove il desiderio di cambiamento nella relazione con la figura materna e la concretezza dell’azione, cioè mettere in atto il concepimento, prendono il posto della mentalizzazione, dell’elaborazione dei significati sottesi all’agire.
La possibilità di essere risarcite emotivamente attraverso questo agito si concretizza con la vicinanza ed il sostegno emotivo che ricevono dalla propria madre attraverso una disponibilità affettiva di cui nelle interviste avevano più volte verbalizzato la mancanza.
La necessità di risarcire i propri bisogni sembra precludere a queste adolescenti l’affrontare il complesso processo della gravidanza. Nessuna di loro, infatti, verbalizza emozioni e sensazioni in proposito, così come preclusa appare la capacità di poter pensare, mentalizzare il proprio bambino e la relazione con lui: i vissuti e le fantasie sono infatti limitati e privi di investimento emotivo.
Il rischio a cui si va incontro è quello di una delega inconscia di accudimento del bambino alla propria madre che potrebbe determinare una confusione di ruoli e una riduzione del livello di autostima delle capacità genitoriali nelle adolescenti.
La mancata acquisizione di una propria competenza e di un funzionamento autonomo e differenziato dalla propria madre potrebbe comportare una incapacità di decodifica dei bisogni e dei messaggi che il bambino invia compromettendone un armonioso sviluppo.
Il forte sentimento di ambivalenza vissuto da queste giovani, per cui da una parte tentano di affrontare la rinuncia alla dipendenza dalla madre e, dall’altra, ne ricercano la protezione, la cura e il sostegno, nonché l’identificazione, potrebbe portarle ad un arresto nel processo di separazione-individuazione per l’acquisizione di una definitiva identità femminile e materna.
 
 
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6 Irmag. Rappresentazioni materne in gravidanza. M. Ammaniti, E. Baumgartner, C. Candelori, M. Pola, R. Tambelli, F. Zampino, “Rappresentazioni materne in gravidanza: contributo preliminare di studio”, in La Rivista di Psicologia Clinica, n. 1, 1990.
7 L’intervista è stata effettuata presso un consultorio della periferia di Roma.

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